Iniziativa del gruppo Shabibi, che coordina le attività giovanili delle parrocchie in Giordania, grazie al contributo di Banca Etica e di Acad Palestine, il Centro arabo per lo sviluppo agricolo.

Corsi di formazione aziendale per combattere la disoccupazione tra i giovani giordani e profughi iracheni. È l’iniziativa del gruppo Shabibi, che coordina le attività giovanili delle parrocchie in Giordania, e resa possibile grazie al contributo di Banca Etica, alla collaborazione con Acad Palestine, il Centro arabo per lo sviluppo agricolo, e alla disponibilità organizzativa, della Parrocchia di san Giuseppe in Jabal Amman. Il primo corso ha preso avvio il 31 gennaio scorso dal titolo “Start Up your business training outlines” cui partecipano 10 giovani giordani e 10 giovani profughi iracheni. “In Giordania – riferisce don Mario Cornioli, sacerdote del Patriarcato latino di Gerusalemme che coordina il progetto - la disoccupazione colpisce il 50% della popolazione. Questo numero sale se si calcola la presenza dei rifugiati. Sono cifre che scoraggiano le speranze di un buon futuro lavorativo per tutti. Lo scopo primario dell’iniziativa è quello di stimolare idee, “trafficare” i talenti che Dio ha donato ad ognuno dei suoi figli, riuscire ad imparare a costruire un futuro lavorativo e realizzare anche i propri sogni”.

 


A gennaio 2018 i gruppi sono stati ben 770 per un totale di 26mila pellegrini. Nel gennaio 2017 erano stati 16 mila.

Gennaio record per i pellegrinaggi in Terra Santa: i gruppi sono stati ben 770 per un totale di 26mila pellegrini. Un trend in crescita dal 2016 ad oggi, riferisce il sito della Custodia, che riporta le parole di padre Tomasz Dubiel, direttore del Christian information center (Cic): “a gennaio 2016, 390 gruppi hanno prenotato una messa nei santuari, con la partecipazione di 11mila pellegrini. Nel 2017, nello stesso periodo, sono arrivati 16mila pellegrini, in 529 gruppi, ma a gennaio 2018 il numero di gruppi è aumentato fino a 770, per un totale di 26mila pellegrini”. Dati che confermano quanto già riportato dal Central Bureau of statistics di Israele: nel 2017 sono stati registrati 3.611.800 arrivi, un incremento del 23% rispetto al 2016 e del 29% rispetto al 2015. “I numeri dei cattolici sono raddoppiati nel 2018 – dice il francescano –. Sono comunque in aumento anche i gruppi di altre denominazioni cristiane che chiedono di pregare nei santuari”. I dati del Christian information center, organismo della Custodia di Terra Santa che si occupa di offrire un servizio di informazioni immediate ai pellegrini, a partire dalle prenotazione delle messe nei santuari, non considerano le migliaia di pellegrini ortodossi che hanno visitato la Terra Santa per le vacanze di Natale, celebrate a gennaio. Conferme giungono anche dall’aumento delle messe celebrate nella Basilica del Santo Sepolcro, come dichiarato dal sacrestano della Cappella Latina, padre Auksencjusz Gad. In questo periodo gli arrivi principali sono dall’Asia. Le cifre del Cic si pongono in continuità con quelle del Central Bureau of statistics di Israele che per il 2017 aveva parlato di “anno record”, mai prima d’ora era stata superata la soglia dei 3 milioni di visitatori. Positiva la performance dell’Italia: nel 2017 sono stati 107.700 gli arrivi italiani (esclusi visitatori in giornata e crocieristi), una crescita pari al 26% rispetto al 2016 e del 28% rispetto al 2015. Nel solo mese di dicembre 2017, 14mila italiani hanno viaggiato in Israele, il 31% in più rispetto al dicembre 2016 (+101% rispetto a dicembre 2015). Dati che la posizionano al 6° posto tra i mercati europei per numero di arrivi e all’8° posto a livello globale. Al primo posto restano gli Stati Uniti, con 778.800 visitatori nel 2017, il 20% in più rispetto al 2016. Seguono Russia (331.500), Francia (308.600), Germania (218.100) e Regno Unito (198.500). Sembra essere stato ascoltato l’appello congiunto del Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, e dell’Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa, durante il trascorso periodo natalizio: “La Terra Santa è sempre stata sicura e i pellegrini possono venire in tutta tranquillità. Speriamo che il trend di crescita sia confermato per il resto dell’anno appena iniziato”. Cosa che si è verificata.

 


Dichiarazione dei Capi della Chiesa Cattolica in Terra Santa a proposito di una regolamentazione, riguardante “partenza o detenzione” nei confronti dei richiedenti asilo dell’Eritrea e del Sudan.

“Non possiamo rimanere indifferenti alla situazione di tanti rifugiati provenienti da dittature, guerre e altre condizioni orribili. Il benessere della società israeliana non può essere realizzato a scapito di così tante persone respinte insieme e di così tante vite esposte al rischio e a un futuro assai incerto”. È quanto scrivono in una dichiarazione i Capi della Chiesa Cattolica in Terra Santa (Aocts) a proposito di una regolamentazione, annunciata di recente dall’Organismo israeliano competente sulla popolazione e l’immigrazione, riguardante “partenza o detenzione” nei confronti dei richiedenti asilo dell’Eritrea e del Sudan. La dichiarazione dell’Aocts riporta le informazioni pubblicate a riguardo secondo le quali “coloro che partiranno entro la fine di marzo 2018 riceveranno una ‘sovvenzione’ di $ 3.500 in aggiunta al biglietto aereo. Coloro che rimangono dopo tale data saranno soggetti ad ‘azioni di controllo’ alla fine di un periodo di tempo specificato. Un ulteriore documento precisa che i richiedenti asilo e i rifugiati provenienti da Sudan ed Eritrea (ad esclusione di donne, bambini, genitori con figli a carico, e vittime di schiavitù / lavoro forzato / traffico sessuale) che si presentano per rinnovare il loro permesso di residenza temporanea, a partire dal 2 febbraio 2018, verranno informati che hanno 60 giorni di tempo per lasciare Israele, e ritornare nel loro paese d’origine o in uno dei due ‘paesi terzi’ del continente africano. Mentre, per un verso, il documento afferma che possono fare ricorso contro questa decisione, dall’altro lo stesso precisa che tale ricorso non permetterà al richiedente asilo di prorogare la partenza oltre i 60 giorni stabiliti, a meno che il suo ricorso non venga accettato. Coloro che rimarranno in Israele oltre i 60 giorni saranno incarcerati. Il regolamento, pubblicato il 1° gennaio 2018, ha specificato che la fascia di popolazione iniziale è quella dei richiedenti asilo eritrei e sudanesi che non hanno presentato richiesta di asilo prima del 1 gennaio 2018. Aggiunge inoltre che l’Organismo israeliano competente sulla popolazione e l’immigrazione valuterà l’espansione della popolazione pianificata per la deportazione verso paesi terzi, includendo anche le persone la cui richiesta di asilo è ancora in corso”. “Pur riconoscendo la necessità di controllare il flusso dei richiedenti asilo nel nostro paese, come altrove, speriamo – conclude la dichiarazione - che l’Amministrazione prenderà in considerazione i richiedenti asilo presenti in Israele e troverà soluzioni più umane da concedere. Il testo porta la firma di mons. Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, di mons. Georges Bacouni, Arcivescovo greco melchita di Akka, mons. Moussa el-Hage, Arcivescovo maronita di Haifa e Terra Santa, mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, Vicario patriarcale per Gerusalemme e Palestina, Francesco Patton, Custode di Terra Santa, Hanna Kaldani, Vicario patriarcale latino per Israele e padre Rafic Nahra, Vicario patriarcale per il Vicariato San Giacomo per i cattolici di lingua ebraica in Israele.


Le tredici Confessioni della Terra Santa si sono riunite per pregare per l’unità. “Dobbiamo credere che l’unità in Cristo è possibile” ha detto il luterano Suheil Salman Ibrahim Dawani

Si è chiusa il 28 gennaio scorso (dal 20), nella chiesa melchita dell’Annunciazione a Gerusalemme, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, appuntamento annuale che ha visto riunire le tredici Confessioni della Terra Santa. Il programma, riferisce il sito della Custodia di Terra Santa, prevedeva ogni giorno una liturgia guidata da una Confessione diversa. Tutti gli incontri sono stati molto partecipati a partire dalla Compieta del 20 gennaio, nella cappella del Calvario dai greco-ortodossi. Il 21 gennaio si è celebrato nella cattedrale anglicana di San Giorgio, il 22 in quella armena di San Giacomo, il 23 nella chiesa luterana del Redentore, mentre il 24 è stata la volta della cattedrale del patriarcato latino di Gerusalemme. Il giorno seguente la liturgia si è svolta al Cenacolo sul Monte Sion, per poi passare, il 26, alla chiesa siriaco-ortodossa di San Marco e il 27 a quella etiope a Gerusalemme est. La liturgia ha visto canti e brani biblici letti dai diversi rappresentanti delle confessioni e una benedizione comune dei vescovi. Il vescovo anglicano di Gerusalemme Suheil Salman Ibrahim Dawani nella sua omelia ha parlato dell’importanza dell’unità e anche del dovere di rispondere al cambiamento che si vede nella comunità dei cristiani. Nella chiesa di San Giacomo i fedeli hanno ascoltato un rappresentante degli armeni spiegare quanto sia fondamentale riconoscersi come la generazione a cui Dio si continua a rivelare per la nostra salvezza. Nella chiesa dei luterani ha preso la parola per il sermone il rev. Carrie Ballenger Smith, che ha enumerato quanto siano diverse le tradizioni tra le chiese, eppure “dobbiamo davvero credere che l’unità in Cristo è possibile – ha detto -, anche se non capiamo ancora che cosa assomigli davvero”. Al Patriarcato Latino il giorno seguente ha pronunciato l’omelia l’Amministratore Apostolico mons. Pierbattista Pizzaballa, commentando le letture della liturgia, collegandosi al tema della settimana e all’occasione dell’incontro. Durante la preghiera nella sala del Cenacolo, ha parlato il padre priore amministratore della Dormitio Mariae, Nikodemus Schnabel: “non possiamo dire ‘Signore, perché siamo divisi?’. Sappiamo che la risposta è che è a causa dei nostri peccati, del nostro carattere. Quello che dobbiamo chiederci è se ognuno lavora concretamente per l’unità e la pace, perché non è solo compito di Dio”. Alla celebrazione erano presenti molti studenti tedeschi del monastero della Dormitio. Ad accogliere per la preghiera e a incoraggiare all’unità anche l’arcivescovo siriaco-ortodosso Mor Severios M. Murad e quello etiope Enbakum. Nella chiesa dei melchiti, l’ultimo giorno, erano riuniti di nuovo tutti i rappresentanti delle Chiese e i fedeli. L’arcivescovo melchita Joseph Jules Zerey ha chiesto di avere fede in Dio che compie l’impossibile perché “la salvezza non può essere conferita al mondo se non da una Chiesa unita, che annunci l’amore di Dio e la sua misericordia per ogni uomo”.


Si è chiusa ieri a Gerusalemme la visita dell’Holy Land Coordination composto da presuli di Usa, Canada, Ue e Sud Africa. Cinque giorni di incontri con protagonisti i giovani palestinesi e israeliani

Giovani a Gaza “derubati delle loro opportunità di vita dal blocco permanente”, giovani in Cisgiordania che subiscono “quotidianamente violazioni della loro dignità che sono diventate inaccettabilmente la norma a causa dell’occupazione”, “giovani vite palestinesi rovinate dalla disoccupazione”, e poi tanti giovani israeliani che “riconoscono di vivere all’ombra di un conflitto che non hanno creato e che non vogliono”. Tutti, israeliani e palestinesi, pur affrontando realtà diverse, “condividono le stesse aspirazioni ad una coesistenza pacifica, con poche opportunità di incontrarsi o comprendere le speranze e le paure degli uni e degli altri”. È il quadro della gioventù palestinese e israeliana che emerge dal comunicato finale dei 13 vescovi di Usa, Canada, Ue e Sud Africa, dell’Holy Land Coordination (Hlc), diffuso a Gerusalemme, a chiusura della tradizionale visita annuale di solidarietà (13-18 gennaio). “Siamo venuti in Terra Santa per incontrare i suoi giovani, ascoltare le loro voci e pregare per la giustizia e la pace”, si legge nel documento, che rimarca come “nonostante il conflitto distruttivo che continua e l’approccio di chi ha in mano il potere che favorisce la divisione”, le nuove generazioni profondono “sforzi per costruire questo sogno” della coesistenza pacifica. “Per un’intera generazione – affermano i vescovi – la prospettiva della pace è stata ulteriormente allontanata da decisioni moralmente e legalmente inaccettabili”, in particolare “il recente affronto allo status internazionalmente riconosciuto di Gerusalemme, una città sacra per ebrei, cristiani e musulmani”. “I giovani della Terra Santa – si sottolinea nel messaggio – sono stati costantemente delusi tanto dai loro stessi leader che dalla comunità internazionale. La rabbia di cui siamo stati testimoni è del tutto giustificata, ma è anche un segno che rimangono convinti di lottare per il cambiamento. In tutta la Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e in Israele, continuano a coltivare la speranza attraverso la loro resilienza e il loro coraggio”. Da qui l’appello ai loro fedeli lanciato dai vescovi a “sostenere le organizzazioni che contribuiscono a creare posti di lavoro, fornire alloggi e facilitare il dialogo”, “pregare e organizzare pellegrinaggi che promuovono l’incontro e il sostegno alla popolazione locale” e “assumere una posizione risoluta contro tutti coloro che cercano di creare ulteriori divisioni, specialmente tra i nostri leader politici”. In questo contesto, un ruolo particolare lo gioca anche “la piccola comunità cristiana locale” che dona il suo contributo grazie alla “propria gioventù e al servizio che offre a tutti i giovani”. “Sono proprio i giovani che trovano il coraggio di perseguire la giustizia e sfidare le divisioni che sono state imposte loro. Sono le scuole e i progetti ideati dai giovani – si legge nel testo – che abbattono le barriere e forniscono alle persone gli strumenti per alimentare la tolleranza. Sono giovani volontari, come quelli che lavorano con L’Arche a Betlemme, con Beit Emmaus a Qubeibeh e gli ordini religiosi a Gaza che stanno dando prova di umanità in questa società ferita. Ricordiamo questi giovani nelle nostre preghiere – termina la dichiarazione – e, ispirati da Papa Francesco, ci impegniamo, aiutati dalla grazia di Dio, a fare la nostra parte per rendere questa terra più umana e più degna per la gioventù di oggi e per quella futura”.


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