Israele ha accolto, nel 2017, 3.611.800 turisti totali, il 23% in più rispetto al 2016. Ottima la performance dell’Italia, con 107.700 turisti nel 2017, segnando un +26% rispetto al 2016.

Nel 2017 sono stati registrati 3.611.800 arrivi, un incremento del 23% rispetto al 2016 e del 29% rispetto al 2015. Nel mese di dicembre 2017 hanno visitato Israele 290.000 turisti, circa il 17% in più rispetto a dicembre 2016 e il 47% in più rispetto a dicembre 2015. Lo afferma il Central Bureau of Statistics di Israele che ha diffuso le statistiche finali relative al turismo per il 2017. Si tratta di un “record assoluto”: mai prima d’ora era stata superata la soglia dei 3 milioni di visitatori. Positiva la performance dell’Italia: nel 2017 sono stati 107.700 gli arrivi italiani (esclusi visitatori in giornata e crocieristi), una crescita pari al 26% rispetto al 2016 e del 28% rispetto al 2015. Nel solo mese di dicembre 2017, 14.000 italiani hanno viaggiato in Israele, il 31% in più rispetto al dicembre 2016 (+101% rispetto a dicembre 2015). Dati che la posizionano al 6° posto tra i mercati europei per numero di arrivi e all’8° posto a livello globale. Al primo posto restano gli Stati Uniti, con 778.800 visitatori nel 2017, il 20% in più rispetto al 2016. Seguono Russia (331.500), Francia (308.600), Germania (218.100) e Regno Unito (198.500). “Per la prima volta, le entrate derivanti dal turismo incoming hanno superato in Israele la soglia 20 di miliardi di Shekel ovvero quasi 5 miliardi di euro, creando circa 25.000 nuovi posti di lavoro” ha commentato il Ministro del Turismo Yariv Levin. I dati vanno a confermare indirettamente quanto dichiarato al Sir dal Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, che ieri sera, a margine di un saluto ai vescovi dell’Holy Land Coordination, a Gerusalemme per la annuale visita di solidarietà ai cristiani locali, ha dichiarato al Sir che “il 2017 è stato un anno ottimo per i pellegrinaggi. Gli appelli lanciati congiuntamente dalla Custodia e dal Patriarcato latino hanno avuto effetto. La Terra Santa è sempre stata sicura e i pellegrini possono venire in tutta tranquillità. Così è stato. I Luoghi Santi sono, ancora in questi giorni post natalizi, affollati di pellegrini. Per questo motivo abbiamo chiesto ai nostri frati di permettere loro di poter celebrare, quanto più possibile, nei santuari. Speriamo che il trend di crescita sia confermato per il resto dell’anno appena iniziato”.


A Gerusalemme 15 vescovi da Europa, Nord-America e Sud-Africa si incontreranno per dibattere sul tema dei giovani, delle loro speranze e difficoltà, in una area di crisi. Sei giorni di visite, pellegrinaggi e riunioni che vedranno i vescovi recarsi anche nella Striscia di Gaza.

Si svolgerà dal 13 al 18 gennaio l’edizione 2018 dell’“Holy land Coordination” (Hlc), il Coordinamento di Terra Santa, costituito da vescovi provenienti da tutta l’Europa, dal Nord-America e dal Sud-Africa, istituito alla fine del ventesimo secolo su invito della Santa Sede con lo scopo di visitare e sostenere le comunità cristiane locali di Terra Santa. Quest’anno i 15 vescovi partecipanti si ritroveranno nella serata del 13 gennaio a Gerusalemme, sede dei lavori, per partire subito il giorno dopo per la Striscia di Gaza dove incontreranno la piccola comunità cristiana locale. Tema dei lavori di quest’anno sarà, in particolare, il mondo giovanile con tutte le sue attese, difficoltà e speranze vissute in una realtà di tensione come quella mediorientale. I vescovi e gli altri partecipanti tra i quali una delegazione del Ccee, Consiglio delle Conferenze episcopali europee, guidata dal Segretario generale, mons. Duarte da Cunha, visiteranno alcune scuole a Beit Jala e Beit Sahour e incontreranno alcuni gruppi di studenti universitari cristiani, ebrei e musulmani. In programma anche riunioni con alcuni diplomatici occidentali e un’uscita al villaggio palestinese di Qubeibeh che si trova in una specie di enclave, circondato com’è dal muro, da insediamenti e da strade riservate agli israeliani. L'edizione di quest'anno prevede anche la possibilità di condividere, dalla sera di venerdì 12 gennaio, lo shabbat con la comunità ebraica della sinagoga Kol Haneshama a Gerusalemme.
Il Coordinamento dei vescovi per la Terra Santa (Hlc) trova il suo fondamento di azione nelle cosiddette “3 P”: preghiera, pellegrinaggio, persuasione. La preghiera fa da sfondo a ogni incontro annuale con la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, spesso in diversi riti e con le comunità cattoliche locali. Il pellegrinaggio è uno dei momenti più importanti della riunione annuale. I vescovi si recano singolarmente o in gruppi a visitare le comunità cattoliche, incontrando i loro membri e a volte anche personalità politiche locali. Dall’Hlc giunge sempre l’esortazione e l’incoraggiamento alle chiese nel mondo a pellegrinare in Terra Santa. “Persuasione si riferisce al lavoro da svolgere dopo l’incontro annuale. Una volta rientrati nei rispettivi Paesi i vescovi sono chiamati a parlare con i propri Governi, Parlamentari, Ambasciatori israeliani e palestinesi e ai media su questioni che interessano la vita dei cristiani. In linea con l’approccio che la Santa Sede adotta in ogni altro luogo, i vescovi, spiegano dall’Hlc, “non cercano privilegi per i cristiani, ma la dignità e la giustizia per loro e per gli altri che vivono simili situazioni di conflitto”.


Tra le reazioni, tutte negative, alla scelta del presidente Trump anche quella dei leader cristiani della Città Santa che in una nota chiedono agli Usa di continuare a “riconoscere l’attuale status internazionale di Gerusalemme. Ogni cambiamento potrebbe causare danni irreparabili”

“Gli Stati Uniti continuino a riconoscere l’attuale status internazionale di Gerusalemme. Qualsiasi cambiamento improvviso potrebbe causare danni irreparabili”. È il monito che i 13 leader cristiani di Gerusalemme, tra loro Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino, e padre Francesco Patton, custode di Terra Santa, rivolgono al presidente Usa, Donald Trump, che ieri sera ha annunciato il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele e lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv alla Città santa. “È tempo di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele. Condizione necessaria per raggiungere la pace. Non è cuore di tre religioni ma della democrazia più riuscita nel mondo” sono state le parole di Trump. “Il popolo di Israele ha costruito la nazione con musulmani, cristiani ed ebrei e persone di tutte le fedi e tutte sono libere di vivere e celebrare secondo il loro credo e la loro fede” ha spiegato il presidente Usa per il quale “Gerusalemme resta e deve restare il luogo dove gli Ebrei pregano al Muro del Pianto, dove i cristiani camminano sulla via del Calvario e i musulmani offrono il loro culto nella Moschea. Noi oggi riconosciamo solo l’ovvio e che Gerusalemme sia la capitale di Israele è solo un riconoscimento della realtà, qualcosa che andava fatto”. E mentre il premier israeliano, Bibi Netanyahu ha parlato di “decisione storica”, il presidente palestinese Abu Mazen ha detto che questo “distrugge tutti gli sforzi che sono stati fatti per raggiungere la pace” e segna “l’uscita degli Stati Uniti dai negoziati del processo di pace”. Un coro unanime di disapprovazione per la scelta Usa si è alzato dalla comunità internazionale, Onu, Ue, Russia, Cina, in testa.

“Siamo fiduciosi che con il forte sostegno dei nostri amici – affermano i leader cristiani in una nota -, israeliani e palestinesi possano lavorare per negoziare una pace sostenibile e giusta, a beneficio di tutti coloro che desiderano che la Città Santa di Gerusalemme realizzi il suo destino. La Città Santa può essere condivisa e pienamente goduta una volta che il processo politico aiuti a liberare il cuore di tutti i suoi abitanti dalle condizioni di conflitto e di distruttività in cui vivono”. I tredici leader si dicono “certi” che le scelte di Trump “aumenteranno l’odio, il conflitto, la violenza e le sofferenze a Gerusalemme e in Terra Santa allontanandoci sempre più dall’obiettivo dell’unità andando verso una più profonda divisione distruttiva. Chiediamo a voi, signor presidente, di aiutarci tutti a camminare verso una pace definitiva, che non può essere raggiunta senza che Gerusalemme sia per tutti”. E concludono: “Presto sarà Natale. Come leader cristiani di Gerusalemme, ti invitiamo a camminare con noi nella speranza mentre costruiamo una pace giusta e inclusiva per tutti i popoli di questa città unica e santa”.

Sulla decisione Usa, che sarebbe arrivata in serata, aveva parlato anche Papa Francesco, al termine dell’udienza settimanale. “Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite”. “Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace”, ha ricordato Francesco, auspicando che “tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”.

 


L’annuncio di Trump di riconoscere la Città Santa capitale di Israele non trova d’accordo il Patriarcato Latino per il quale “ogni rivendicazione esclusiva è contraria alla logica propria della città. Gerusalemme è una città che deve accogliere, dove gli spazi si devono aprire e non chiudere”

“Gerusalemme è un tesoro dell’intera umanità. La discussione su Gerusalemme non può essere ridotta semplicemente a disputa territoriale e sovranità politica, precisamente perché Gerusalemme è un unicum, è patrimonio del mondo intero, ha una vocazione universale che parla a miliardi di persone nel mondo, credenti e non”. Così il Patriarcato latino di Gerusalemme commenta la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. In una nota diffusa l’8 dicembre fa il Patriarcato latino di Gerusalemme esprime preoccupazione “per le violenze che potrebbero scatenarsi e le imprevedibili conseguenze” e invita a “non creare nuovi pretesti per altra violenza in Medio Oriente, ma a preservare nella Città Santa lo Status Quo, che dovrebbe garantire gli equilibri tra le comunità religiose delle tre fedi e tra le due parti della città, ma che in realtà è già stato intaccato da tempo”. Per il Patriarcato latino la questione è molto chiara: “ogni rivendicazione esclusiva – sia essa politica o religiosa – è contraria alla logica propria della città. Ogni cittadino di Gerusalemme e ogni persona che giunge ad essa in visita o pellegrinaggio dovrebbe essere messo nella condizione di percepire e appropriarsi in qualche modo del messaggio di dialogo, coesistenza e rispetto che la Città Santa richiama e che spesso noi feriamo con il nostro comportamento. Gerusalemme è una città che deve accogliere, dove gli spazi si devono aprire e non chiudere. Da troppo tempo i suoi abitanti sono ostaggio di queste continue tensioni che ne snaturano il carattere”. “Non vi è nulla – si legge nel comunicato - che possa impedire a Gerusalemme, nella sua unicità e unità, di diventare il simbolo nazionale dei due popoli che la rivendicano come loro Capitale. Israeliani e Palestinesi dovrebbero raggiungere un accordo che corrisponda in qualche modo alle loro legittime aspirazioni e che rispetti i principi di giustizia. Decisioni unilaterali che cambino l’attuale configurazione della città non porteranno beneficio, ma solo nuove tensioni e allontaneranno possibilità di pacificazione”. Ma se Gerusalemme è sacra per Ebrei, Cristiani e musulmani, “è sacra – ribadisce il Patriarcato latino - anche per molti popoli di ogni parte del mondo, che guardano ad essa come loro capitale spirituale, che giungono ad essa come pellegrini, per pregare ed incontrare i loro fratelli nella fede. Il carattere sacro di Gerusalemme non si limita solo ai singoli siti o monumenti, come se questi potessero essere separati l’uno dall’altro o isolati dalle rispettive comunità, ma coinvolge Gerusalemme nella sua interezza, i suoi Luoghi Santi e le sue comunità, con i loro ospedali, scuole, attività di carattere culturale e sociale”. Per questi motivi “le due parti dovrebbero fare in modo di conservare l’attuale carattere universale della città e di adoperarsi perché essa resti il luogo nel quale ebrei, cristiani e musulmani continuino ad incontrarsi lungo le vie della Città Vecchia, ciascuno con la propria mentalità e tradizioni, legate in modo così unico le une alle altre”. La discussione su Gerusalemme, conclude il Patriarcato latino, “non può essere ridotta semplicemente a disputa territoriale e sovranità politica, precisamente perché Gerusalemme è un unicum, è patrimonio del mondo intero, ha una vocazione universale che parla a miliardi di persone nel mondo, credenti e non. Una soluzione realistica al problema di Gerusalemme non può non includere tutti questi elementi”.

 


Nella lettera, datata 1 dicembre, l’Amministratore apostolico esorta tutte le famiglie cristiane della diocesi a contribuire alla pastorale. Attivato un ufficio pastorale a Gerusalemme e Amman

“Voi siete la speranza della Chiesa. Voi siete la Chiesa domestica, dove vengono gettati i primi semi della fede, attraverso la parola e attraverso le fede vissuta ogni giorno, nonostante le difficoltà della vita, sull’esempio della Santa Famiglia di Nazareth e di Betlemme, Gesù, Maria e Giuseppe”. È il saluto che mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, ha rivolto in una lettera inviata a tutte le famiglie cristiane della diocesi, in occasione dell’Avvento. “Un tempo di attesa – scrive l’arcivescovo – nelle nostre comunità ecclesiali, nelle nostre parrocchie e nella nostra diocesi. L’avvento di Gesù non è possibile senza la nostra risposta attiva e personale”. Da qui l’appello “a tutti, fedeli, parroci e famiglie, chiedendo loro di rispondere con generosità e impegno alle iniziative” pastorali che avranno a tema, “quest’anno e nei prossimi”, la famiglia. “Come è noto, la famiglia è il nucleo delle nostre parrocchie, come la parrocchia è il nucleo della nostra diocesi. Lavorare per il rinnovo spirituale ed ecclesiale della famiglia vuol dire lavorare al rinnovo dell’insieme della diocesi” annota mons. Pizzaballa che nella lettera ricorda la creazione di “un Ufficio pastorale nella diocesi, a Gerusalemme e a Amman, per promuovere e organizzare la nostra attività pastorale, in continuazione di quanto si è fatto nel passato”. Composto da parroci, religiosi e religiose e soprattutto da laici e coppie, provenienti da tutte le parti della diocesi, l’Ufficio vuole “contribuire alla vitalità della nostra vita pastorale in questo periodo del cammino della nostra diocesi. Infatti, ci sono molte trasformazioni nelle nostre società e nelle nostre comunità che richiedono nuove prospettive e nuovi mezzi pastorali”.

 


Pagina 1 di 6

© 2018 - Fondazione Vaticana "Centro Internazionale Famiglia di Nazareth" - All Rights Reserved

Questo sito utilizza solo cookie tecnici che consentono una migliore navigazione senza violare alcuna privacy. Nessun dato profilante viene raccolto o memorizzato.